L’Italia ai tempi dell’epidemia di peste nel Trecento

Cicli di epidemie più o meno gravi sono una costante nella storia. Il panico che si è scatenato in questi giorni con l’emergenza coronavirus, riporta alla memoria i comportamenti delle popolazioni in una ben più grave crisi epidemica che sconvolse l’Europa e l’Italia nel 1300: la peste bubbonica o morte nera, che ,partita dal Medio Oriente, raggiunse l’Europa in breve tempo. Era il 1346, l’orda d’oro mongola assediava la città genovese di Caffa, in Crimea. Nell’assedio venne sperimentato il primo episodio di guerra batteriologica: i tartari, infatti, per piegare la resistenza della città, lanciarono con catapulte i cadaveri di morti appestati prelevati dal primo focolaio dell’epidemia, in Kazakistan. I genovesi gettarono i cadaveri in mare nel vano tentativo di scongiurare l’infezione. Da Caffa, la peste raggiunse nel 1347 Costantinopoli e da qui, dodici navi genovesi attraccarono a Messina diffondendo la peste in Sicilia, Calabria, Sardegna e Corsica e nel gennaio del 1348 a Genova, diffondendosi in tutta Europa. Le galee genovesi continuavano infatti a diffondere il morbo nel Mediterraneo. Stranamente, forse per le condizioni igieniche avanzate per quei tempi, venne risparmiata Milano, una delle città più popolate del tempo. Un cronista fiorentino Marchionne di Coppo Stefani, descrisse con crudi toni realistici il panico scatenatosi nella città di Firenze, dove la popolazione, in preda al panico, abbandonava anche i parenti alle prime avvisaglie della malattia, “Come uno si ponea in sul letto malato quegli di casa sbigottiti gli diceano: io vo per lo medico, e serravano pienamente l’uscio da via e non vi tornavano più“. Una dissoluzione familiare descritta anche nel Decamerone di Boccaccio: “Lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.” Furono mesi tragici, i cadaveri venivano gettati a strati in grandi fosse comuni, separati da un po’ di terra e calce: “come si minestrasse lasagne a fornire di formaggio” ci racconta ancora Marchionne. Non si può fare un paragone tra gli eventi europei del Trecento e l’emergenza in Italia che tanto ci tiene in apprensione. La storia ci insegna che comunque, i provvedimenti volti a limitare la diffusione di un’epidemia devono essere sempre ben accetti, non criticati e assolti rigorosamente, anche se ci sembrano eccessivi.

In copertina, Trionfo della Morte, 1446 circa. Palazzo Abatellis. Palermo.

Antonio Catalfio

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: