Buon compleanno Partinico! 220 anni fa nasceva il Comune. Antonio Catalfio e Gianluca Serra

Il 10 dicembre 1799, il Consiglio Civico di Partinico, riunito nella chiesa di San Leonardo, su proposta dell’avvocato Gaetano Bonura, sostenuto da Francesco Paolo del Castillo, marchese di Gran Montagna, delibera all’unanimità di chiedere al Re Ferdinando III, l’indipendenza di Partinico da Palermo, di cui era quinto quartiere dal 1616. Il 19 aprile 1800,con Regio decreto, il Re accorda a Partinico la completa autonomia municipale. La nuova classe dominante dell’alta borghesia, che aveva sostituito l’aristocrazia nella gestione del potere, si dimostrava abile nell’approfittare della straordinaria coincidenza della presenza del Re in esilio a Palermo, dopo la rivoluzione napoletana del 1799. Ferdinando soggiornò anche a Partinico, al ritorno da una battuta di caccia a Inici. Villabianca ci informa che gli furono dedicati dei versi e offerti vini di Partinico delle contrade Suvararo, Galeazzo e Passarello. Il passaggio a Partinico e le profferte ebbero importanti conseguenze: la vendita della tenuta con villetta e casena di del Castillo al demanio regio, il podere reale che diventerà una moderna azienda agricola, e la concessione dell’autonomia con il titolo di Università. Nel 1812, Gaetano Bonura sarà eletto deputato di Partinico al Parlamento siciliano, partecipando alla stesura della Costituzione del Regno di Sicilia, concessa da Ferdinando ma mai entrata in vigore.

Panorama di Partinico dalla Montagna del Re. Ph. Vincenzo Saputo

Per comprendere appieno il valore storico dell’autonomia municipale che Partinico ottenne con regio decreto il 19 aprile di 220 anni fa occorre ricordare, sia pur brevemente, ciò che la nostra cittadina fu prima di allora. Il territorio di Partinico, fatta eccezione per le c.d. “Balestrate”, era stato amministrato, alla stregua di una baronia, dall’abbazia di Altofonte, la quale lo aveva ricevuto in dote direttamente dal re nel 1307. Agli abbati, specie quelli succedutisi dal 1435 (fase della c.d. “gestione in commenda”), si deve il primo sviluppo urbanistico di Partinico ed il suo ripopolamento, dopo un lungo periodo di guerre e saccheggi. Ciò non avvenne per disinteressato e filantropico spirito di carità ma per calcolato interesse: trarre il massimo profitto dalle risorse naturali della Piana (soprattutto il taglio del bosco) attraverso una politica di concessioni enfiteutiche a
personalità di altissimo livello, tutti oriundi, munite di capitali per affrontare il rischio delle necessarie e cospicue opere di bonifica ed infrastrutturazione della Piana in funzione agricola e proto-industriale. In questa fase “coloniale”, mentre Partinico emergeva come terra di produzione ed esportazione di “commodities” di pregio (zucchero di canna e vino), l’unica espressione di governo cittadino “bottom-up” furono le suppliche fatte dagli enfiteuti
pro universitate , per questioni di comune interesse (sicurezza, infrastrutture etc.), all’abbate o alle autorità del Regno. Per il resto, l’abbate rimaneva l’indiscussa autorità. Forte della regia investitura del 1307, egli esercitava il “mero e misto imperio” su Partinico – l’Etat c’est moi ! Poichè risiedeva altrove, l’abate agiva per il tramite di un procuratore generale che si interfacciava, talvolta attraverso un concessionario generale, con gli enfiteuti locali. Questi ultimi, quando non provvedevano in prima persona all’amministrazione dei fondi in concessione, li ingabellavano a soggetti terzi (per lo più imprenditori di estrazione borghese), che, infine, attraverso i propri
campieri (guardie) controllavano i semplici braccianti. In questo quadro di relazioni socio-economiche, i gabelloti furono i veri depositari del potere nel nostro paese.
Nel 1616, Partinico divenne quinto quartiere di Palermo, vale dire privilegi, oneri e magistrature della capitale isolana furono estese ai sudditi partinicesi. Il governo palermitano fu avversato tanto

Campanile della Chiesa del Carmine e di San Leonardo a Partinico. Foto Partinicolive.it

dall’abbate quanto dagli enfiteuti a causa delle nuove forme di imposizione fiscale, specie sul vino, che ne derivarono. In scala ridotta e parecchi secoli dopo i Comuni del centro-nord:
guelfi vs ghibellini . L’abbate si convinse di sottostare a Palermo solo dopo che, nel 1660, il re lo espose al rischio (poi, per sua fortuna, rientrato) di perdere tutte le sue rendite in esito all’infeudazione di Partinico al marchese di Torralba. Dopo lo scioglimento dell’abbazia di Altofonte nel 1764, i beni di quest’ultima, ivi incluso il territorio di Partinico, transitarono alla gestione del Tribunale del Real Patrimonio e nel 1799 vennero incamerati nella Magione.
Re Ferdinando I di Borbone (III di Sicilia), profugo da Napoli in Sicilia dal 25 dicembre 1798 sino al 1802, acquistò, come si è detto, l’area del futuro Real Podere di Partinico, inclusa quella che sarebbe diventata la Casina Reale, per il figlio Leopoldo, il quale ricopriva proprio l’incarico di Commendatore della Magione. Una partita di giro, si direbbe, ad un’attenta analisi…
Alla luce di queste premesse, è possibile apprezzare il valore storico e morale dell’autonomia municipale che Partinico ottenne l’19 aprile del 1800. Essa significò per Partinico l’inizio di un lungo e ancora in fieri processo di affrancamento dalla pesante ipoteca del suo passato di landa abbaziale e suburbio panormitano. Oggi Partinico è un comune “adolescente”. L’adolescenza, è noto, è fase critica. L’etimologia greca di questa parola rimanda alla crescita, non allo stallo. L’auspicio è che la crisi a lungo in atto porti, attraverso una generale presa di coscienza degli errori commessi, al superamento di limiti etici e politici di natura endemica in vista di una fase di maturità civica in cui il bene comune possa essere preposto a beghe di campanile o peggio
di scranno. I duecentoventi anni di storia possano essere forieri di un nuovo spirito civico che, traendo esempio dai fondatori, possa proiettare la città verso l’agognata modernità.

Antonio Catalfio e Gianluca Serra

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