“U Pipittuni”, il nuovo albero di Natale di Palermo

E’ notorio che l’installazione dell’albero di Natale suscita da sempre vivide polemiche in tutte le città, paesi, villaggi e borgate italiane. Critiche, ilarità, polemiche che alimentano a volte sterili discussioni, a volte assurgono  a simbolo di inefficienza delle pubbliche amministrazioni. La notturna erezione del Cipresso in piazza Ruggero Settimo, durata lo spazio di poche ore e la successiva sostituzione con un Cedro dell’Atlante hanno dato la stura a feroci commenti sui social network. Bisogna riconoscere che Palermo era stata finora immune da queste polemiche; i suoi alberi bellissimi e soprattutto l’abilità delle maestranze nella difficile opera dell’addobbo e della disposizione delle luci, destavano sempre nuova meraviglia negli astanti, a prescindere dalla amministrazione in carica. Lo spelacchio di Roma, triste esordio della giunta Raggi, insomma ci faceva sorridere da lontano. Come non ricordare l’immenso albero ecologico degli anni novanta, finito chissà dove, addobbato ogni anno con temi diversi, stelle di natale, arance, ciclamini. Si è poi tornato all’albero naturale ma reciso, frutto di donazioni, spesso della Forestale, motivate da diradamento del bosco, malattia dell’albero, danno improvviso e così via, motivazioni che

Limone Cedrato Spatafora di Trabia

personalemente mi hanno sempre convinto poco. La scelta dell’albero reciso è in ogni caso diseducativa. Un cattivo messaggio che presenta l’albero come una cosa piuttosto che una specie vivente. Meglio un albero, anche meno maestoso, ma con le radici, da trapiantare poi nei parchi cittadini. Il bel cipresso, simbolo di immortalità, che  con la sua chioma conica svetta alto nei cieli e che con le sue radici profonde si lega alla terra, è stato oggetto di scherno e trasferito chissà dove. “Il rapporto tra uomini e alberi è profondissimo e va rispettato” – dichiara Giuseppe Barbera, professore ordinario di Colture Arboree all’Università di Palermo – che nella sua bellissima pubblicazione “Abbracciare gli alberi”, il Saggiatore, pag. 274, € 17,00, ci racconta la storia del Cipresso di San Benedetto il Moro, che da 444 anni si staglia a Santa Maria del Gesù: ” Anche Palermo, la mia città, ha un albero sacro. È un cipresso che cresce sulle pendici del monte Grifone nei pressi del convento di Santa Maria di Gesù. È alto più di venti metri; gli anni, il vento, i fulmini e gli incendi hanno appena scalfito la forma elegante e slanciata, la chioma densa e cupa. Cresce su un piccolo pianoro che è stato uno dei belvedere più frequentati dai pittori di paesaggio che si sono dilettati a ritrarre la Conca d’Oro. La pianura di Palermo, chiusa da una corona di montagne di rocce calcaree qua e là interrotte, negli anfratti più protetti che impediscono il pascolo e gli incendi, dal verde variopinto della macchia mediterranea, cinge terre un tempo di leggendaria fecondità, solcate da fiumi, punteggiate da alberi da frutto, aperte in semicerchio al Mar Tirreno.
Il cipresso che ancora guarda isolato la pianura è nato nel 1577. Si è risaliti alla sua età prelevando con un succhiello un sottile cilindro fino al centro del fusto e contando lungo di esso gli anelli che, anno dopo anno, uno sull’altro, hanno accresciuto il diametro dell’albero. Un’analisi dendrocronologica non solo ha fornito con precisione l’età della pianta, ma si è rivelata utile, analizzando i caratteri anatomici del legno, anche per sapere quando si siano verificati eventi eccezionali (incendi, fulmini, forti siccità…), quegli «aspetti del mondo» che già Leonardo da Vinci sapeva di poter carpire da un pezzo di legno, che ne alterano la normale crescita.
Fino alla metà del secolo scorso, gli anni, pur nella inevitabile mutevolezza dei paesaggi, sono trascorsi felici per gli alberi della Conca d’Oro, fin quando i misfatti urbanistici del «sacco di Palermo» hanno trasformato il paradiso in inferno attraverso lo sconvolgimento della campagna per crudeli storie di mafia, vergognose alleanze tra criminalità e politica, il silenzio codardo di molti cittadini. Il cipresso è stato inerme testimone di uno stravolgimento che ha trasformato quel territorio che Leandro Alberti, nel Cinquecento raccontava «fertile e dilettevole, copioso di belli e vaghi giardini» …. Con l’analisi dendrologica nella più recente memoria vegetale, soffocati i sentori di zagara dei giardini di agrumi, si troverebbero le tracce dei gas e delle polveri inquinanti della città contemporanea e del progressivo inasprirsi di un clima che sempre meno gli alberi delle strade e dei giardini riescono a mitigare e di cui, anzi, sono vittime.

Cipresso di San Benedetto il Moro. W.H. Bartlett 1852.

Non si può però chiedere troppo alla memoria di un albero: lo spessore degli anelli e la densità del legno non possono registrare la cattiveria, la bramosia di denaro e di potere. Il cipresso mai potrebbe dire delle terribili storie di mafia di Brancaccio, di Ciaculli, di Santa Maria di Gesù, di una periferia urbana senza pietà per gli uomini prima ancora che per gli alberi. I cerchi legnosi non possono conservarne memoria, nessun albero può farlo, neanche se, come il cipresso di Santa Maria di Gesù, è albero sacro, testimone di legami speciali tra la terra e il cielo, nato da un miracolo che ha reso possibile ciò che la natura vegetale ordinariamente non consente: l’albero sarebbe nato dal secco, indurito, ormai senza vita legno di un bastone piantato da un frate accanto alla sua celletta da eremita. Un inequivocabile prodigio per gli arboricoltori, i quali sanno che solo una porzione di legno ancora vitale può emettere radici e germogli e far nascere una nuova pianta. Un’evidente testimonianza di sacralità per chi conosce gli antichi e ininterrotti legami tra uomini e alberi, che conferma illustri precedenti: da quello di san Martino, che dal suo bastone diede vita a un olmo di cui si ricorderà Rabelais in Gargantua e Pantagruel, a quello del venerabile monaco buddhista Shinran Shonin che, sempre con il suo bastone, tra il xii e il xiii secolo avrebbe dato origine a uno dei più antichi Ginkgo biloba che vivono in Giappone. È in buona compagnia, quindi, il cipresso nato dal bastone infilzato fra le pietre dei monti di Palermo da Benedetto Manasseri, detto il Moro per il colore della pelle, nato da genitori etiopi in un tempo in cui i migranti africani potevano addirittura diventare santi e patroni di una città europea – il che, oggi, parrebbe davvero un miracolo. Per noi che datammo l’albero fu un sollievo accorgersi che l’età stimata di quattrocentotrenta anni cadeva proprio nel mezzo della permanenza del santo nel convento, dal 1562 al 1589. Se così non fosse stato, avremmo dovuto smentire il miracolo. Avremmo dovuto, in nome della scienza arborea, contestare secoli di devozione e di processioni. E pazienza per i monaci del monastero e per i loro fedeli. Avesse impedito che la Conca d’Oro diventasse un’informe distesa di asfalto, cemento e lamiere, allora sì che il cipresso di san Benedetto avrebbe meritato, tra certificazioni miracolistiche e riti popolari, il titolo di albero sacro. Ci avrebbe rimandato ai tempi in cui gli alberi esprimevano l’infinito e l’eterno e gli uomini li adoravano fino ad abbracciarli speranzosi o riconoscenti”. Ristorati dalle parole di Giuseppe Barbera, ritorniamo alla cronaca di questo fine 2020; la sostituzione del Cipresso con un bellissimo esemplare di Cedrus Atlantica, così chiamato perché svetta ancora maestoso nella catena dell’Atlante in Marocco, ed il suo successivo addobbo con luci messe non ad arte e spostate dal vento, ne ha fatto un nuovo simbolo

Cedro 2019. Piazza Politeama. Foto Gds

di questo difficile inverno palermitano. Anche l’anno scorso fu utilizzato un Cedro, proveniente anch’esso da Polizzi Generosa ma i commentatori non se ne sono accorti. Ci siamo affezionati a questi due bellissimi esemplari provenienti dalle Madonie. Uno dei simboli di Palermo è il Cedro, quello che troviamo ancora per le strade, mangiato a stricasale. A Palermo il frutto dell’omonimo agrume è chiamato Pipittuni e così chiameremo con affetto l’albero che ci accompagnerà per le feste di Natale e aprirà finalmente il nuovo anno.

Antonio Catalfio

foto in evidenza www.palermo.repubblica.it

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